La musica che ascoltiamo, la società che diventiamo
NAPOLI (Di Stefano Esposito) – C’è stato un momento, durante il concerto di Eduardo De Crescenzo all’Arena Flegrea di Napoli, sabato 19 settembre 2026, in cui la musica ha lasciato spazio alla parola. E la parola, per una volta, ha avuto la stessa forza delle note. Una riflessione lucida, severa, forse scomoda, su ciò che ascoltiamo e, soprattutto, su ciò che rischiamo di diventare.
«La musica che si produce oggi non parla più a tutti, parla a un target ben definito, non parla più alle persone, parla ai consumatori, diventando sempre più le periferie della vita, da cui purtroppo sarà difficile emergere. Gli idoli della musica che si confezionano per loro puntano all’omologazione addirittura dei desideri, tutti desiderano gli stessi oggetti. Esibiscono persino l’ignoranza e l’assenza di ogni talento, come fosse il valore per che quel pubblico possa identificarsi in loro con più facilità.
Anche nelle periferie della nostra generazione c’era questa musica, prodotta dal basso, ma era destinata solo a chi non aveva altre possibilità culturali per evoluzionarsi. La cultura la tollerava, ma non era la lingua ufficiale. Gli altri studiavano e si adoperavano in ogni modo per sfuggire alla povertà, alla mediocrità, all’emarginazione, per cercare di afferrare un’altra vita.
Eravamo consapevoli che per salvarsi bisognava distinguersi e che per distinguersi bisognava lavorare molto».
Parole che meritano di essere ascoltate ben oltre il palcoscenico. Perché la musica non è soltanto il sottofondo delle nostre esistenze: ne accompagna la formazione, ne interpreta le inquietudini, ne influenza il linguaggio, i comportamenti e perfino le aspirazioni. Ogni generazione ha avuto la propria colonna sonora, ma anche i propri modelli da imitare. E quando quei modelli diventano il denaro ostentato, il successo senza sacrificio, l’apparenza senza sostanza, il rischio è che la musica smetta di raccontare la società e cominci a educarla alla superficialità.
Naturalmente non si tratta di condannare un genere musicale o di rimpiangere nostalgicamente il passato. La musica popolare è sempre stata anche ribellione, provocazione, racconto delle periferie e delle contraddizioni sociali. Ha dato voce a chi non ne aveva e, talvolta, ha persino anticipato grandi cambiamenti culturali. Il problema nasce quando la provocazione diventa una strategia commerciale, quando la trasgressione viene confezionata in serie e quando persino il desiderio di essere diversi finisce per renderci tutti uguali.
Qui sta forse il punto più profondo della riflessione di De Crescenzo: la differenza tra una cultura che offre strumenti per emanciparsi e un mercato che alimenta il bisogno di consumare. Una differenza sottile ma decisiva. Perché il successo, se viene separato dal talento, dallo studio e dall’impegno, rischia di diventare una promessa ingannevole, soprattutto per quei giovani che cercano nella musica non soltanto un’emozione, ma un esempio da seguire.
E allora dobbiamo domandarci quale responsabilità abbiano gli artisti, l’industria musicale, i mezzi di comunicazione e, naturalmente, anche noi che ascoltiamo. Perché nessuna canzone, da sola, determina il comportamento di una persona, ma milioni di messaggi ripetuti possono contribuire a costruire un immaginario collettivo nel quale ciò che appare conta più di ciò che si è.
Un tempo si cercava di uscire dalle periferie della vita attraverso la conoscenza, il lavoro, la bellezza e la cultura. Oggi il pericolo è che quelle periferie diventino una condizione dell’anima, indipendente dal luogo in cui si nasce o dal denaro che si possiede. Una povertà assai più difficile da riconoscere, perché spesso si presenta vestita di successo.
Forse, allora, la vera domanda non è quale musica ascolteranno i nostri figli, ma quali sogni quella musica insegnerà loro a coltivare. Perché una società si riconosce anche dalle canzoni che canta, dagli eroi che celebra e dai desideri che trasmette alle nuove generazioni.
E se la musica ha il potere straordinario di entrare nell’anima delle persone, dovrebbe conservare anche l’ambizione di elevarla. Non soltanto accompagnare il tempo che viviamo, ma aiutarci a immaginare quello che ancora non esiste.
Perché il progresso di una società non si misura soltanto da ciò che riesce a produrre, ma anche da ciò che insegna ai propri figli a desiderare.