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Danilo Zanghi, la sfida di Teamsy nel mondo della comunicazione digitale

23/10/2026 08:14 · da NapoliVillage.com

NAPOLI (Di Anna Calì) – Lasciare le opportunità professionali di Milano per tornare a Napoli e costruire qualcosa di proprio, puntando sulle competenze, sulla collaborazione e sul potenziale del territorio.

È la scelta di Danilo Zanghi, professionista della comunicazione digitale che ha dato vita a Teamsy, un’agenzia che unisce consulenza strategica e operatività per rispondere alle esigenze delle imprese. Una scommessa imprenditoriale che si affianca all’impegno sociale di Dis Connect, progetto dedicato all’educazione digitale e al rapporto tra nuove generazioni e tecnologia.

Dalle difficoltà di fare impresa al Sud alle opportunità offerte dai nuovi modelli di marketing, fino alla responsabilità di promuovere un uso consapevole del digitale, Zanghi racconta la sua scelta e gli obiettivi per il futuro.

Dopo diverse esperienze professionali in realtà come Fanpage.it, Torcha, NOS e Visit Italy, ha scelto di lasciare le opportunità di Milano per tornare a Napoli e avviare un progetto imprenditoriale Suo. Quando è maturata questa decisione e quanto ha pesato il desiderio di investire nel territorio in cui è cresciuto?

“La decisione è maturata gradualmente. Ho avuto la fortuna di lavorare con realtà importanti, soprattutto nel mondo dell’editoria e della comunicazione digitale. In Fanpage.it, dove ho trascorso oltre cinque anni, ho ricoperto ruoli di responsabilità nella produzione, coordinando persone, progetti e processi. È stata una scuola straordinaria, anche dal punto di vista manageriale.

Milano mi offriva opportunità professionali importanti, ma a un certo punto ho iniziato a chiedermi se avesse ancora senso continuare a costruire progetti per altri, senza provare a realizzarne uno mio.

Tornare a Napoli è stata una scelta professionale, prima ancora che personale. Non volevo semplicemente rientrare nella mia città, volevo portare qui le competenze, i contatti e il metodo di lavoro acquisiti negli anni.

Credo che il Sud abbia bisogno anche di questo: persone che dopo aver fatto esperienza altrove decidano di investire sul territorio. Non necessariamente per una questione di appartenenza, ma perché intravedono opportunità imprenditoriali concrete.

Non sono tornato a Napoli perché Milano non avesse più nulla da offrirmi. Sono tornato perché volevo provare a costruire qualcosa che fosse mio, partendo proprio dal Sud”.

Da questa scelta nasce Teamsy, un’agenzia di comunicazione che propone un modello ibrido tra consulenza strategica e ufficio marketing interno, attraverso la figura del Fractional Marketing Officer. In cosa consiste concretamente questo approccio e quali vantaggi può offrire soprattutto alle piccole e medie imprese?

“Teamsy nasce da un’esigenza che ho riscontrato spesso lavorando con gli imprenditori: molte aziende investono nella comunicazione, ma non hanno una figura interna capace di coordinare tutte le attività e, soprattutto, di stabilire una strategia.

Il Fractional Marketing Officer è sostanzialmente un direttore marketing esterno che lavora a stretto contatto con l’imprenditore, senza i costi e i vincoli di un’assunzione a tempo pieno.

Il nostro modello si sviluppa su tre livelli: strategia, coordinamento ed esecuzione. Prima analizziamo il business, gli obiettivi e il budget. Poi definiamo un piano operativo e coordiniamo i professionisti necessari per realizzarlo.

Teamsy si avvale infatti di un network di freelance specializzati: chi si occupa di sviluppo web, chi di produzione video, chi di campagne Meta Ads, chi di pubbliche relazioni o influencer marketing. Ogni azienda ha esigenze differenti e non ha senso proporre a tutti gli stessi servizi.

Il vantaggio principale, soprattutto per le PMI, è avere un unico interlocutore strategico e una struttura operativa flessibile.

Non vogliamo essere semplicemente l’agenzia che pubblica tre post a settimana. Vogliamo essere quelli che siedono accanto all’imprenditore, comprendono dove vuole arrivare e lo aiutano a prendere decisioni.

È un modello che abbiamo già sperimentato attraverso collaborazioni con oltre venti realtà e che vogliamo consolidare ulteriormente”.

Quali sono, secondo lei, gli errori più frequenti che le aziende commettono quando investono nella comunicazione e come può Teamsy aiutarle a individuare le soluzioni più efficaci?

“L’errore più comune è confondere la comunicazione con la semplice presenza sui social. Molti imprenditori pensano che basti pubblicare contenuti, investire qualche centinaio di euro in pubblicità e aspettare che arrivino nuovi clienti.

Ma la comunicazione è molto più complessa. Prima di investire bisogna capire a chi ci rivolgiamo, cosa vogliamo comunicare, quali sono i nostri elementi distintivi e soprattutto quali risultati vogliamo ottenere.

Un altro errore è scegliere gli strumenti prima di aver definito gli obiettivi. Non tutte le aziende hanno bisogno di TikTok, non tutte devono lavorare con gli influencer e non sempre investire in pubblicità è la prima cosa da fare. Magari il problema è un sito web che non funziona, un’identità visiva poco riconoscibile o un posizionamento commerciale sbagliato.

Con Teamsy proviamo a ribaltare questo approccio: partiamo dal problema, non dal servizio da vendere.

C’è poi un aspetto del nostro settore che mi convince sempre meno: l’autoreferenzialità. Vedo tanti professionisti presentarsi come guru, innovatori o esperti capaci di rivoluzionare qualsiasi business. Personalmente preferisco un approccio più concreto.

Un imprenditore non ha necessariamente bisogno di cinquanta slide, dieci riunioni e termini complicati. Ha bisogno di capire cosa deve fare, quanto deve investire e quale ritorno può ragionevolmente aspettarsi.

Per me una buona strategia di comunicazione non è quella che fa fare bella figura all’agenzia, ma quella che produce valore per l’azienda”.

Quali sono le difficoltà più concrete che sta affrontando con Teamsy e cosa servirebbe, oggi, per rendere Napoli e il Mezzogiorno più attrattivi per chi vuole avviare un’attività innovativa?

“La difficoltà principale è trasformare un’idea imprenditoriale in una struttura economicamente sostenibile. Una cosa è avere esperienza, clienti e competenze; un’altra è costruire un’impresa capace di crescere, investire e garantire continuità lavorativa alle persone.

Poi c’è il tema dei finanziamenti, che considero particolarmente delicato. Si parla molto di incentivi, startup e sostegno all’imprenditoria giovanile, ma quando provi concretamente ad accedere alle risorse ti scontri spesso con procedure complesse, requisiti stringenti e tempi che non sempre coincidono con quelli di un’impresa.

Inoltre, chi parte con risorse limitate deve fare i conti con costi fissi, fiscalità, gestione amministrativa e investimenti iniziali. Tutte questioni che diventano ancora più impegnative quando non hai alle spalle grandi capitali.

Credo che Napoli abbia fatto passi avanti importanti, ma servano strumenti di finanziamento più accessibili, una maggiore collaborazione tra università e imprese e soprattutto un ecosistema capace di accompagnare i progetti anche dopo la loro nascita.

Non basta finanziare l’apertura di una nuova attività, bisogna creare le condizioni affinché possa sopravvivere e crescere.

Detto questo, non voglio alimentare la narrazione secondo cui al Sud sia impossibile fare impresa. È più difficile sotto alcuni aspetti, certamente, ma esistono anche opportunità.

Io non aspetto che Napoli diventi il luogo perfetto per fare impresa. Ho deciso di provarci adesso, con le risorse che ho e con la consapevolezza che dovrò affrontare anche parecchie difficoltà”.

Ha sottolineato che il Sud dispone di professionisti preparati e creativi, ma che spesso manca la capacità di organizzare e valorizzare queste competenze. Teamsy punta anche su una rete di freelance specializzati: può essere questo un modello per creare nuove opportunità di lavoro senza essere costretti a trasferirsi altrove?

“Ne sono convinto. In questi anni ho conosciuto tantissimi professionisti del Sud estremamente preparati, molti dei quali lavorano già con aziende nazionali e internazionali.

Il problema, secondo me, non è la mancanza di competenze. È che spesso queste competenze lavorano in maniera isolata, senza una struttura capace di metterle in relazione e trasformarle in progetti più ambiziosi.

Teamsy nasce anche da questa osservazione. Non volevo creare immediatamente un’agenzia tradizionale, con una struttura rigida e costi elevati. Ho preferito costruire un network di professionisti con competenze verticali, coinvolgendoli in base alle necessità dei progetti.

Naturalmente il lavoro freelance presenta anche criticità, dalla discontinuità degli incarichi alla necessità di garantire compensi adeguati. Per questo credo che il valore di un’organizzazione come Teamsy debba essere anche quello di creare continuità, coordinamento e opportunità di crescita professionale.

Il nostro mercato, inoltre, non deve fermarsi a Napoli. Possiamo lavorare con un’azienda di Milano, Roma o con un cliente internazionale, mantenendo qui la nostra base operativa.

Vorrei che tra qualche anno un giovane professionista napoletano potesse scegliere di restare non perché non ha alternative, ma perché trova opportunità interessanti anche nella propria città.

Non credo che il futuro del lavoro sia necessariamente legato a grandi uffici o strutture con decine di dipendenti. Credo molto di più nelle organizzazioni snelle, competenti e capaci di collaborare”.

Tra dipendenza dagli smartphone, uso dei social network e diffusione dell’intelligenza artificiale, quali sono le questioni più urgenti da affrontare con le nuove generazioni e quant’è importante educare a un utilizzo consapevole della tecnologia?

“Credo che la questione più urgente sia il divario tra la velocità con cui evolve la tecnologia e la nostra capacità di comprenderne le conseguenze.

I ragazzi utilizzano quotidianamente strumenti estremamente sofisticati, ma spesso non conoscono i meccanismi che ne regolano il funzionamento. Pensiamo agli algoritmi dei social, alla ricerca continua di approvazione attraverso like e visualizzazioni oppure alla facilità con cui l’intelligenza artificiale permette di generare contenuti apparentemente autentici.

C’è anche un tema molto delicato legato alla devianza giovanile. Gli episodi di violenza registrati recentemente a Milano, per esempio, hanno riaperto il dibattito sul ruolo di TikTok, Instagram e Telegram nella mobilitazione dei giovanissimi. Non possiamo sostenere che siano i social a generare automaticamente comportamenti violenti, ma dobbiamo interrogarci su come possano amplificare dinamiche di gruppo, emulazione e ricerca di visibilità.

È anche per affrontare questi temi che, insieme a Ilaria Urbani, ho dato vita a Dis Connect, un progetto sociale ed educativo che promuove il confronto tra studenti, docenti, famiglie e professionisti. Abbiamo avviato collaborazioni e occasioni di dialogo con realtà universitarie come la Parthenope, la Federico II e il Suor Orsola Benincasa.

Il nostro obiettivo non è demonizzare la tecnologia. Sarebbe contraddittorio, considerando che io stesso lavoro nel digitale da anni e ne conosco molto bene le opportunità.

Vogliamo piuttosto contribuire alla costruzione di una cultura digitale più consapevole.

Credo che l’educazione digitale debba diventare parte integrante dei percorsi scolastici, non limitandosi agli aspetti tecnici, ma affrontando anche quelli psicologici, sociali ed etici.

Non dobbiamo insegnare ai ragazzi soltanto come utilizzare la tecnologia, ma soprattutto come evitare che sia la tecnologia a condizionare le loro scelte.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: vietarla o ignorarla sarebbe un errore. Bisogna insegnare ai giovani a utilizzarla in modo critico, comprendendone potenzialità, limiti e rischi”.

Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi che si è posto per Teamsy e Dis Connect? E, sul piano personale, quale risultato le farebbe dire che la scelta di tornare a Napoli è stata davvero quella giusta?

“Per Teamsy ho un obiettivo molto concreto: costruire un’azienda solida. Nei prossimi tre anni vorrei consolidare il nostro modello, ampliare il portafoglio clienti, rafforzare il network di professionisti e arrivare a una struttura societaria più organizzata.

Non mi interessa inseguire numeri soltanto per poterli raccontare sui social. Preferisco crescere gradualmente, mantenere un buon rapporto con i clienti e costruire collaborazioni che durino nel tempo.

Con Dis Connect, invece, l’ambizione è diversa. Vorrei che diventasse un punto di riferimento nel dibattito sull’educazione digitale, capace di coinvolgere stabilmente scuole, università, istituzioni e famiglie. Mi piacerebbe portare il progetto anche fuori dalla Campania e sviluppare attività formative sempre più strutturate.

Sono due progetti differenti, ma hanno un elemento in comune: nascono dalla volontà di trasformare le competenze acquisite negli anni in qualcosa di concreto e utile per gli altri.

Sul piano personale, non misurerò il successo dal numero di interviste, dai riconoscimenti o dalla visibilità raggiunta. Lo misurerò dalla capacità di costruire qualcosa che funzioni anche nel lungo periodo.

Se tra qualche anno Teamsy sarà un’impresa capace di competere sul mercato nazionale, offrire opportunità lavorative e generare risultati per le aziende, e Dis Connect avrà contribuito anche solo in parte a migliorare il rapporto dei giovani con il digitale, potrò ritenermi soddisfatto.

Non voglio dimostrare che al Sud siamo migliori di chi lavora altrove. Voglio dimostrare che possiamo costruire qualcosa di competitivo anche qui, senza essere obbligati ad andare via.

E forse il risultato più bello sarebbe proprio questo: vedere altre persone scegliere Napoli non soltanto come città in cui vivere, ma come luogo in cui immaginare e costruire il proprio futuro”.

 

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